Categoria: Recensioni

Recensioni di gruppi ed artisti musicali, scrittori ed artisti in genere.
le recensioni sono curate da Andrius Firenze e Tommy Open, esclusivamente su proprie impressioni e sensazioni.

Death of a Ladies’ Man.

Il 13 novembre del 1977 Leonard Cohen pubblicava il suo quinto album studio, chiamandolo “Death of a Ladies’ Man” (traducibile con “Morte di un Don Giovanni”) dove Leonard intendeva dire che l’epoca dei divertimenti spensierati con le donne era finita e iniziava una nuova vita, quella di padre, che gli apriva prospettive completamente differenti.  Leonard all’epoca era gia’ poeta (“Let Us Compare Mythologies” 1956 e “Flowers for Hitler” 1964), romanziere (“The Spice-Box of Earth” 1961, “The Favourite Game” 1963 e “Beautiful Losers” 1966) e cantautore di buona fama. Il suo grande rimorso era stato quello, nella sua fin li’ breve carriera di cantautore, di non essere ancora riuscito a sfondare nel mercato americano ma soprattutto in quello europeo.Proprio per questo motivo in occasione di quell’album scelse con grande sorpresa degli addetti ai lavori di collaborare con Phil Spector, famoso per essere l’inventore della tecnica del “Muro del Suono” e per aver collaborato coi Beatles nella realizzazione di Let it Be . Spector se da una parte era un genio innovatore,dall’altra era (ed è) un soggetto aggressivo e incontrollabile (è stato condannato nel 2009 a 19 anni per l’omicidio della modella Lana Clarckson). Infatti il disco non venne completato a causa dei forti dissidi tra Cohen e Spector. La tensione fu talmente alta che Spector cacciò Cohen dagli studi minacciandolo  con una pistola.Quello che poteva andare bene con le Ronettes o Tina Turner non era adatto a Cohen che ha sempre ritenuto quest’album la sua “pecora nera” e definendolo incompleto in quanto vennero date per buone registrazione che avevano bisogno di ancora molto lavoro.

Quasi per ironia della sorte esattamente 39 anni dopo quella prima morte (figurata) è sopraggiunta per il nativo di Montreal anche quella fisica.In mezzo tante cose.La conversione al buddismo e il ritiro assoluto dalle scene a Mount Baldy vicino a Los Angelese alla scuola del Maestro e amico Roshi che gli ha insegnato valori che per lui, nato e cresciuto ebreo, erano sconosciuti.

L’ultimo suo lavoro “You Want It Darker” è stato pubblicato nell’ottobre 2016 ed è un vero testamento in musica dell’autore che sembra fare il paio con “Blackstar” di Bowie.Anche in quell’occasione l’autore mori’ pochissimo tempo dopo aver pubblicato l’album.

In modo incredibilmente profetico (ma del resto un uomo sente quando sta per morire) Cohen nella titletrack canta con la sua voce profonda e erosa dal tempo “I’m ready, My Lord”. Tutto l’album è legato indissolubilmente alla morte e all’oscurarsi delle cose. La sua morte come quella dei molti altri che purtroppo questo terribile anno ci ha portato ha lasciato un forte senso di smarriemmto e quasi di alienazione,come se guardandosi intorno ci si accorgesse che dei veri e propri “Padri adottivi” ci avessero lasciato e non delle semplici figure dello spettacolo e dello show-business.

Ma,riflettendo,la cosa più terribile non è la morte di questi immensi artisti che il 2016 si è portato via  (Lenny,Bowie,Glenn Frey,Keith Emerson, Prince,Maurice White, Cohen) poichè il loro inestimabile contributo lo avevano dato e la loro esperienza era ormai stata assorbita e codificata dagli appassionati,quanto la assoluta mancanza del cosiddetto “ricambio generazionale” come se un’intera generazione (quella ’80/’90) fosse incapace di esprimersi se non tramite prodotti scadenti,che se da una parte vendono, dall’altra sono destinati a essere spazzati via da una nuova ventata,quasi fossero permeati di una terribile incomunicabilità.

Comunque addio Leonard, che la Terra ti sia lieve,noi che rimaniamo possiamo solo esserti grati per averci reso meno penosa l’esistenza.

“Estate sul pianeta Terra”.Gli Eternauti.

E’ opinione largamente condivisa che dalla morte di Kurt Cobain e il seguente scioglimento di Nirvana la qualità della scena mainstream sia scesa di livello in maniera radicale dando spazio a artisti che hanno promosso nuovi generi di successo atti solo alla pura monetizzazione e senza alcun intento innovativo o minimamente elaborato.Un ottimo metodo per rivitalizzare il nostro apparato uditivo da ciò che ci viene passato è cercare nella scena underground che come spesso accade nei periodi di secca sia molto fervente e ricca di spunti molto interessanti.

Una meta di questa ricerca altamente consigliata è quella de “Gli Eterenauti”.Il gruppo trae l’origine del nome dal celebre fumetto argentino disegnato da Francisco Solano Lopez in cui si racconta di come alcuni alieni avessero catturato alcuni umani e li avessero imprigionati all’interno dello stadio del River Plate che come sottolinea giustamente la voce del gruppo Dario Bissanti fu una scrittura premonitrice (il fumetto è della fine degli anni ’50) di quanto fecero anni dopo i dittatori in Argentina.Il gruppo ha una formazione classica di tre elementi,il già citato Bissanti (chitarra e voce),Fabrizio Iarussi (basso),Antonio Attolini (batteria).Il gruppo nasce a Bari nel 2008 ed è del 2009 la loro prima demo.Nel luglio 2013 pubblicano l’album “Il vuoto è segreto” registrato in analogico.

Si definiscono un power trio di rock fantascientifico.E in effetti il loro rock,veramente ben suonato e a tratti aggressivo,fantascientifico lo è davvero in quanto il tema principale dei loro ultimi lavori è la vita nello spazio.

Lo spirito degli Eternauti è ben definito da Dario Bissanti in un’intervista

“Concentrarci solo sulla nostra piccola terra non ha senso,non siamo che un piccolo puntino disperso in qualcosa di leggermente più grande e ovviamente non siamo soli.”

Su questi concetti fondativi si sviluppa l’ultimo lavoro della band pugliese “Estate sul pianeta Terra” che sarà pubblicato il 30 ottobre su chiavetta USB.Già dal titolo si intende come la Terra sia solo un luogo di passaggio,quasi di balneazione per passarvi l’estate.

La sezione ritmica è più serrata rispetto ai lavori precedenti e ciò lo si evince dal pezzo di punta dell’album “Maradona”,sorta di divertissement in cui vengono derisi con sottile ironia alcuni personaggi simbolo dell’Italia anni ’80/’90 (Achille Occhetto,Moana Pozzi,Maradona).Ma la chiave di lettura della canzone e forse dell’album è nella strofa successiva,in cui Bissanti canta che le parole sono “protesi inutili”.

Citando sempre Bissanti “Non dobbiamo sopravvalutare le canzoni,il loro testo è solo un punto di partenza ,ognuno può leggerci un significato differente.A volte costruisco testi volutamente ambigui,in maniera tale che ogni singola frase possa avere 2/3 diverse ipotesi di significato”.

Da ciò si comprende il perchè venga scelta una maggiore ricercatezza stilstica nel suono piuttosto che nella profondità testuale .Questo è infatti forse l’unica pecca dell’album ovvero la poca ricerca della parola che però non è casuale come si può leggere sopra.Altri pezzi particolarmente degni di nota sono “Estate sul pianeta Terra”,”La voce del padrone” e “Viola”,la traccia che chiude l’album.

Un’opera dunque di assoluta qualità per un gruppo che ha le capacità di fare tanta strada

I brani:

1.Macchina astronautica 3:22

2.Un’improbabilità possibile 3:12

3.Maradona 3:39

4.Estate sul pianeta Terra 3:03

5.La voce del padrone 3:30

6.Cani randagi 3:57

7.Totù-decenni di abitudine 3:49

8.Cos’è che no-cos’è che 3:43

9.Viola 4:23

 

Bringing It All Back Home e la svolta elettrica

All’inizio del 1965 Robert Allen Zimmerman,in arte Bob Dylan,da Duluth Minnesota è una delle star affermata dell’ambiente folk/cantautorale statunitense ed ha già pubblicato due capolavori The Freewheelin’Bob Dylan (1963) e The Times They Are A’Changing (1964) e a soli 23 anni è già da considerarsi una degli artisti migliori e originali del panorama non solo americano ma Internazionale.Eppure si sente insoddisfatto,probabilmente sente un Demone dentro che lo spinge a qualcos’altro a qualcosa di nuovo.La figura di Vate del folk e anti Casta in cui si sarebbe potuto cullare per il resto della sua carriera (visto che riceveva grande consenso) e campare di rendita.E allora il 22 marzo 1965 licenzia il suo quarto album in studio “Bringing It All Back Home”.Con questo titolo pare che Dylan volesse mandare un messaggio al nascente Rock britannico che stava iniziando a essere sdoganato negli U.S.A sovrastando quello americano.Se fino a questo momento negli album dylaniani non si era neanche lontanamente sentito il suono (rumore per i puritani del folk) di una strumentazione elettrica.L’album si apre subito con “Subterranean Homesick Blues” un pezzo di appena due minuti e mezzo che da molti è stato riconosciuto come una testimonianza di proto-punk.L’album alterna pezzi acustici (meravigliosamente raffinati) e pezzi elettrici (di velocità anfetaminiche e di una pungente genialità).Possiamo trovare capolavori assoluti (in sequenza nell’album peraltro) come “Mr.Tambourine Man”,”It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding)” e “It’s All Over Now,Baby Blue”.Questo è evidentemente un album delle prime volte in quanto per la prima volta viene prodotto un videoclip per la canzone d’apertura dell’album “Subterranean Homesick Blues” appunto.Questo album fu il primo della celeberrima trilogia elettrica dylaniana che verrà completata da “Highway 61 Revisited” (1965) e “Blonde on Blonde” (1966) e pur essendo ritenuto da molti il lavoro meno eccezionale (mi sia concesso l’ossimoro) è il primo passo verso il cambiamento.L’album fu tanto importante che anche i Beatles (che avevano incontrato Dylan nel ’64 per la prima volta a New York) intrapresero la strada tracciata dall’artistra americano già dal rivoluzionario album Revolver del ’66.Anche la copertina è innovativa.Ritrae Dylan in un primo piano sgranato con alle spalle Sally Grossman moglie del manager di Dylan Albert Grossman.Sul tavolo vi sono album di alcuni artisti di riferimento per Dylan tra cui gli Impressionist,Robert Johnson,Eric von Schmidt e Lotte Lenya.

Tanti auguri Maestro.

Roger Waters - Roma 26 luglio 2013

Lo scorso sei settembre Roger Waters ha spento settantatrè candeline. E’ difficile definire cosa sia esattamente l’inglese. Per alcuni, (compreso il sottoscritto), e’ un genio epocale discendente diretto dell’uomo di cromagnon, per altri un grande musicista, per altri ancora è semplicemente colui che ha spinto via dai Pink Floyd, il co-fondatore dei Floyd Syd Barrett, il geniale e controverso artista colto da schizofrenia che fu allontanato nel ’68 dal gruppo dopo l’uscita del primo lavoro della band: The Piper at the Gates of Dawn. Analizzando criticamente il fatto rimango comunque dell’idea che in quella parte del mondo in quegli anni dovesse accadere qualcosa di speciale, perchè in luogo di Barrett alla chitarra subentra David Gilmour, un altro che meriterebbe un discorso a parte. Impossibile decidere quale sia il lavoro migliore. Da Ummagumma (1969) (per metà registrato in studio e per l’altra metà dal vivo), a Meddle (1971), dalla dedica appassionata all’amico Barrett con Wish You Were Here (1975), con i Floyds sino alle opere diverse ma comunque apprezzabili da solista, come The Prons and Cons of Hitch Hiking (1984) e Amused to Death (1992). Ma due a mio avviso sono le opere che meglio rappresentano il suo spirito carismatico, nevrastenico e introspettivo fino al depressivo. Parlo di The Wall (1979) e The Final Cut (1983), due lavori che evidenziano la sofferenza e il rimorso per la perdita del padre, (morto nella battaglia di Azio del 1944 mentre combatteva nelle fila delle truppe angloamericane contro quella nazista), quando Roger aveva appena pochi mesi. Oltre alla memoria per il padre c’è anche molto altro in questi due album, come la critica disperata e quasi rotta dal pianto contro l’establishment gretto e spietato, come quello Capitalista e contro i politici che governano tirannicamente il Mondo (in “The Final Cut“) , o il difficile rapporto delle rock star con il pubblico e con il successo in “The Wall“. L’album del ’79 ha insita una sorta di critica dickensiana contro i metodi scolastici eccessivamente corporali e ancora inclini alle punizioni corporali. Queste sono solo invisibili parole rispetto a quello che rappresenta e ha rappresentato l’uomo di Great Bookham ma sono parole di una persona che ammira profondamente il Maestro e che li augura tanti, tanti altri anni su questo pianeta forse troppo mediocre per lui. Auguri Roger.

Alex Pain

Alex Pain

Alex PainAlex Pain è un batterista, chitarrista e cantante di origine tedesca nato nel 1985 a Viterbo (Lazio) ma attualmente residente in California (USA) e Alicante (Spagna). Formatosi come batterista, inizia a cantare giovanissimo, scrivendo e componendo per diversi gruppi e formazioni di cui diventa cantante: SinRaiz, Electric Tea, Herusalem, Kill, Padisfack, Malice, Ricochet, Normon, dove fluiscono le sue influenze prevalentemente hard rock e grunge. Nel 2010 la sua canzone ‘Blood’ arriva ad essere trasmessa su RNE Radio Nacional Española e lo stesso anno anche su Radio 1 Rai.

Ha partecipato dal 2008 ad alcuni dei principali festival musicali rock spagnoli (Cap Roig, Arenal Sound, Low Cost, Contemporánea, Bbk live, Primavera Sound, Sonisphere) come sideman di vari gruppi del paese iberico.
Il suo stile è duro, diretto, molto crudo e ogni canzone viene rigorosamente registrata in una unica sessione per mantenere l’unicità e garantire la spontaneità dell’interpretazione.