Categoria: Te lo dice Tommy

Opinioni, dissertazioni, approfondimenti e commenti su tutto lo scibile umano, dalla penne di Tommy Open.

Death of a Ladies’ Man.

Il 13 novembre del 1977 Leonard Cohen pubblicava il suo quinto album studio, chiamandolo “Death of a Ladies’ Man” (traducibile con “Morte di un Don Giovanni”) dove Leonard intendeva dire che l’epoca dei divertimenti spensierati con le donne era finita e iniziava una nuova vita, quella di padre, che gli apriva prospettive completamente differenti.  Leonard all’epoca era gia’ poeta (“Let Us Compare Mythologies” 1956 e “Flowers for Hitler” 1964), romanziere (“The Spice-Box of Earth” 1961, “The Favourite Game” 1963 e “Beautiful Losers” 1966) e cantautore di buona fama. Il suo grande rimorso era stato quello, nella sua fin li’ breve carriera di cantautore, di non essere ancora riuscito a sfondare nel mercato americano ma soprattutto in quello europeo.Proprio per questo motivo in occasione di quell’album scelse con grande sorpresa degli addetti ai lavori di collaborare con Phil Spector, famoso per essere l’inventore della tecnica del “Muro del Suono” e per aver collaborato coi Beatles nella realizzazione di Let it Be . Spector se da una parte era un genio innovatore,dall’altra era (ed è) un soggetto aggressivo e incontrollabile (è stato condannato nel 2009 a 19 anni per l’omicidio della modella Lana Clarckson). Infatti il disco non venne completato a causa dei forti dissidi tra Cohen e Spector. La tensione fu talmente alta che Spector cacciò Cohen dagli studi minacciandolo  con una pistola.Quello che poteva andare bene con le Ronettes o Tina Turner non era adatto a Cohen che ha sempre ritenuto quest’album la sua “pecora nera” e definendolo incompleto in quanto vennero date per buone registrazione che avevano bisogno di ancora molto lavoro.

Quasi per ironia della sorte esattamente 39 anni dopo quella prima morte (figurata) è sopraggiunta per il nativo di Montreal anche quella fisica.In mezzo tante cose.La conversione al buddismo e il ritiro assoluto dalle scene a Mount Baldy vicino a Los Angelese alla scuola del Maestro e amico Roshi che gli ha insegnato valori che per lui, nato e cresciuto ebreo, erano sconosciuti.

L’ultimo suo lavoro “You Want It Darker” è stato pubblicato nell’ottobre 2016 ed è un vero testamento in musica dell’autore che sembra fare il paio con “Blackstar” di Bowie.Anche in quell’occasione l’autore mori’ pochissimo tempo dopo aver pubblicato l’album.

In modo incredibilmente profetico (ma del resto un uomo sente quando sta per morire) Cohen nella titletrack canta con la sua voce profonda e erosa dal tempo “I’m ready, My Lord”. Tutto l’album è legato indissolubilmente alla morte e all’oscurarsi delle cose. La sua morte come quella dei molti altri che purtroppo questo terribile anno ci ha portato ha lasciato un forte senso di smarriemmto e quasi di alienazione,come se guardandosi intorno ci si accorgesse che dei veri e propri “Padri adottivi” ci avessero lasciato e non delle semplici figure dello spettacolo e dello show-business.

Ma,riflettendo,la cosa più terribile non è la morte di questi immensi artisti che il 2016 si è portato via  (Lenny,Bowie,Glenn Frey,Keith Emerson, Prince,Maurice White, Cohen) poichè il loro inestimabile contributo lo avevano dato e la loro esperienza era ormai stata assorbita e codificata dagli appassionati,quanto la assoluta mancanza del cosiddetto “ricambio generazionale” come se un’intera generazione (quella ’80/’90) fosse incapace di esprimersi se non tramite prodotti scadenti,che se da una parte vendono, dall’altra sono destinati a essere spazzati via da una nuova ventata,quasi fossero permeati di una terribile incomunicabilità.

Comunque addio Leonard, che la Terra ti sia lieve,noi che rimaniamo possiamo solo esserti grati per averci reso meno penosa l’esistenza.

“Estate sul pianeta Terra”.Gli Eternauti.

E’ opinione largamente condivisa che dalla morte di Kurt Cobain e il seguente scioglimento di Nirvana la qualità della scena mainstream sia scesa di livello in maniera radicale dando spazio a artisti che hanno promosso nuovi generi di successo atti solo alla pura monetizzazione e senza alcun intento innovativo o minimamente elaborato.Un ottimo metodo per rivitalizzare il nostro apparato uditivo da ciò che ci viene passato è cercare nella scena underground che come spesso accade nei periodi di secca sia molto fervente e ricca di spunti molto interessanti.

Una meta di questa ricerca altamente consigliata è quella de “Gli Eterenauti”.Il gruppo trae l’origine del nome dal celebre fumetto argentino disegnato da Francisco Solano Lopez in cui si racconta di come alcuni alieni avessero catturato alcuni umani e li avessero imprigionati all’interno dello stadio del River Plate che come sottolinea giustamente la voce del gruppo Dario Bissanti fu una scrittura premonitrice (il fumetto è della fine degli anni ’50) di quanto fecero anni dopo i dittatori in Argentina.Il gruppo ha una formazione classica di tre elementi,il già citato Bissanti (chitarra e voce),Fabrizio Iarussi (basso),Antonio Attolini (batteria).Il gruppo nasce a Bari nel 2008 ed è del 2009 la loro prima demo.Nel luglio 2013 pubblicano l’album “Il vuoto è segreto” registrato in analogico.

Si definiscono un power trio di rock fantascientifico.E in effetti il loro rock,veramente ben suonato e a tratti aggressivo,fantascientifico lo è davvero in quanto il tema principale dei loro ultimi lavori è la vita nello spazio.

Lo spirito degli Eternauti è ben definito da Dario Bissanti in un’intervista

“Concentrarci solo sulla nostra piccola terra non ha senso,non siamo che un piccolo puntino disperso in qualcosa di leggermente più grande e ovviamente non siamo soli.”

Su questi concetti fondativi si sviluppa l’ultimo lavoro della band pugliese “Estate sul pianeta Terra” che sarà pubblicato il 30 ottobre su chiavetta USB.Già dal titolo si intende come la Terra sia solo un luogo di passaggio,quasi di balneazione per passarvi l’estate.

La sezione ritmica è più serrata rispetto ai lavori precedenti e ciò lo si evince dal pezzo di punta dell’album “Maradona”,sorta di divertissement in cui vengono derisi con sottile ironia alcuni personaggi simbolo dell’Italia anni ’80/’90 (Achille Occhetto,Moana Pozzi,Maradona).Ma la chiave di lettura della canzone e forse dell’album è nella strofa successiva,in cui Bissanti canta che le parole sono “protesi inutili”.

Citando sempre Bissanti “Non dobbiamo sopravvalutare le canzoni,il loro testo è solo un punto di partenza ,ognuno può leggerci un significato differente.A volte costruisco testi volutamente ambigui,in maniera tale che ogni singola frase possa avere 2/3 diverse ipotesi di significato”.

Da ciò si comprende il perchè venga scelta una maggiore ricercatezza stilstica nel suono piuttosto che nella profondità testuale .Questo è infatti forse l’unica pecca dell’album ovvero la poca ricerca della parola che però non è casuale come si può leggere sopra.Altri pezzi particolarmente degni di nota sono “Estate sul pianeta Terra”,”La voce del padrone” e “Viola”,la traccia che chiude l’album.

Un’opera dunque di assoluta qualità per un gruppo che ha le capacità di fare tanta strada

I brani:

1.Macchina astronautica 3:22

2.Un’improbabilità possibile 3:12

3.Maradona 3:39

4.Estate sul pianeta Terra 3:03

5.La voce del padrone 3:30

6.Cani randagi 3:57

7.Totù-decenni di abitudine 3:49

8.Cos’è che no-cos’è che 3:43

9.Viola 4:23

 

Stan Wawrinka:ovvero come scoprirsi fenomeni a trent’anni

Dal luglio 2003 in coincidenza con la prima vittoria di Federer a Wimbledon il tennis maschile è stato un dominio a quattro.Prima una monodia dello svizzero di Basilea Re incontrastato su terra e cemento dal 2003 al 2007 e poi un dualismo entusiasmante e leggendario a tratti (si veda la finale di Wimbledon del 2008 o quella degli Australian Open del 2009 entrambe vinte da Nadal) con lo spagnolo Rafael Nadal,per tutti Rafa.Poi arrivarono insieme giacchè coetanei il serbo Djokovic e lo scozzese Murray.Il serbo dal 2011 in qua ma soprattutto nell ultimo triennio ha instaurato una vera dittatura tennistica (simile a quella del Federer primo periodo ma meno spettacolare dal punto di vista del gioco) totalizzando ben sei Slam in tre anni e ben tredici in totale.Muzza,come è chiamato affettuosamente dai compatrioti,ha ottenuto forse meno di quanto le sue ottime possibiltà augurerebbero.Ha comunque raccolto tre Slam tra cui due Wimbledon e dodici Master 1000.Ma dal 2014 un quinto nome si è affermato con forza ed è quello del fu Stanislas Wawrinka (poi “americanizzatosi” in Stan) che è uscito dal suo stato d’inferiorità rispetto al molto più blasonato Roger da Basilea.Fosse nato in Portogallo (ma anche in Italia) Stan sarebbe stato uno sportivo famoso anche prima dei suoi recenti exploit grazie alle sue indubbie qualità.Ma nell’ultimo triennio Stan si è dimostrato migliore vincendo ben tre Slam,uno per anno:2014 Australian Open,2015 Roland Garros e il recente US Open 2016). Purtroppo la continuità non lo premia durante l’anno ma quando decide che quello è un torneo da vincere ce n’è veramente per pochissimi.La dimostrazione è il modo in cui ha vinto i tre titoli Slam.Letteralmente prendendo a pallate gli avversari sorprendendo soprattutto nelle due finali contro il cyborg Djokovic quasi indistruttibile nelle finali del 2015 e 2016.Mi ha sorpreso nella finale degli ultimi US contro il serbo per l’inensità e la continuità dei colpi.Devo dire che mi aspettavo che avrebbe puntato tutto sulla forza dei colpi e sullo sfondare la resistenza e il muro tattico innalzato dal serbo ma non avrei mai creduto che l’avrebbe fatto con tale consistenza.Wawrinka ha sempre avuto nelle sue corde la forza e la potenza dei colpi ma prima del grande sviluppo tecnico e tattico del 2014 sotto la guida del tecnico svedese e ex numero 2 del mondo Magnus Norman non li applicava con questo metodo e continuità in campo dimostrandosi così l’unico,se in giornata,a tenere testa al serbo e a sostituire un Federer in discesa per i rosso crociati. Che dire shine on Stan sperando che tu possa deliziarci per ancora tanti del tuo perfetto rovescio lungolinea a una mano.

Bringing It All Back Home e la svolta elettrica

All’inizio del 1965 Robert Allen Zimmerman,in arte Bob Dylan,da Duluth Minnesota è una delle star affermata dell’ambiente folk/cantautorale statunitense ed ha già pubblicato due capolavori The Freewheelin’Bob Dylan (1963) e The Times They Are A’Changing (1964) e a soli 23 anni è già da considerarsi una degli artisti migliori e originali del panorama non solo americano ma Internazionale.Eppure si sente insoddisfatto,probabilmente sente un Demone dentro che lo spinge a qualcos’altro a qualcosa di nuovo.La figura di Vate del folk e anti Casta in cui si sarebbe potuto cullare per il resto della sua carriera (visto che riceveva grande consenso) e campare di rendita.E allora il 22 marzo 1965 licenzia il suo quarto album in studio “Bringing It All Back Home”.Con questo titolo pare che Dylan volesse mandare un messaggio al nascente Rock britannico che stava iniziando a essere sdoganato negli U.S.A sovrastando quello americano.Se fino a questo momento negli album dylaniani non si era neanche lontanamente sentito il suono (rumore per i puritani del folk) di una strumentazione elettrica.L’album si apre subito con “Subterranean Homesick Blues” un pezzo di appena due minuti e mezzo che da molti è stato riconosciuto come una testimonianza di proto-punk.L’album alterna pezzi acustici (meravigliosamente raffinati) e pezzi elettrici (di velocità anfetaminiche e di una pungente genialità).Possiamo trovare capolavori assoluti (in sequenza nell’album peraltro) come “Mr.Tambourine Man”,”It’s Alright Ma (I’m Only Bleeding)” e “It’s All Over Now,Baby Blue”.Questo è evidentemente un album delle prime volte in quanto per la prima volta viene prodotto un videoclip per la canzone d’apertura dell’album “Subterranean Homesick Blues” appunto.Questo album fu il primo della celeberrima trilogia elettrica dylaniana che verrà completata da “Highway 61 Revisited” (1965) e “Blonde on Blonde” (1966) e pur essendo ritenuto da molti il lavoro meno eccezionale (mi sia concesso l’ossimoro) è il primo passo verso il cambiamento.L’album fu tanto importante che anche i Beatles (che avevano incontrato Dylan nel ’64 per la prima volta a New York) intrapresero la strada tracciata dall’artistra americano già dal rivoluzionario album Revolver del ’66.Anche la copertina è innovativa.Ritrae Dylan in un primo piano sgranato con alle spalle Sally Grossman moglie del manager di Dylan Albert Grossman.Sul tavolo vi sono album di alcuni artisti di riferimento per Dylan tra cui gli Impressionist,Robert Johnson,Eric von Schmidt e Lotte Lenya.

Tanti auguri Maestro.

Roger Waters - Roma 26 luglio 2013

Lo scorso sei settembre Roger Waters ha spento settantatrè candeline. E’ difficile definire cosa sia esattamente l’inglese. Per alcuni, (compreso il sottoscritto), e’ un genio epocale discendente diretto dell’uomo di cromagnon, per altri un grande musicista, per altri ancora è semplicemente colui che ha spinto via dai Pink Floyd, il co-fondatore dei Floyd Syd Barrett, il geniale e controverso artista colto da schizofrenia che fu allontanato nel ’68 dal gruppo dopo l’uscita del primo lavoro della band: The Piper at the Gates of Dawn. Analizzando criticamente il fatto rimango comunque dell’idea che in quella parte del mondo in quegli anni dovesse accadere qualcosa di speciale, perchè in luogo di Barrett alla chitarra subentra David Gilmour, un altro che meriterebbe un discorso a parte. Impossibile decidere quale sia il lavoro migliore. Da Ummagumma (1969) (per metà registrato in studio e per l’altra metà dal vivo), a Meddle (1971), dalla dedica appassionata all’amico Barrett con Wish You Were Here (1975), con i Floyds sino alle opere diverse ma comunque apprezzabili da solista, come The Prons and Cons of Hitch Hiking (1984) e Amused to Death (1992). Ma due a mio avviso sono le opere che meglio rappresentano il suo spirito carismatico, nevrastenico e introspettivo fino al depressivo. Parlo di The Wall (1979) e The Final Cut (1983), due lavori che evidenziano la sofferenza e il rimorso per la perdita del padre, (morto nella battaglia di Azio del 1944 mentre combatteva nelle fila delle truppe angloamericane contro quella nazista), quando Roger aveva appena pochi mesi. Oltre alla memoria per il padre c’è anche molto altro in questi due album, come la critica disperata e quasi rotta dal pianto contro l’establishment gretto e spietato, come quello Capitalista e contro i politici che governano tirannicamente il Mondo (in “The Final Cut“) , o il difficile rapporto delle rock star con il pubblico e con il successo in “The Wall“. L’album del ’79 ha insita una sorta di critica dickensiana contro i metodi scolastici eccessivamente corporali e ancora inclini alle punizioni corporali. Queste sono solo invisibili parole rispetto a quello che rappresenta e ha rappresentato l’uomo di Great Bookham ma sono parole di una persona che ammira profondamente il Maestro e che li augura tanti, tanti altri anni su questo pianeta forse troppo mediocre per lui. Auguri Roger.

Pagelle,emozioni (poche) e pensieri sul Gran Premio d’Italia 2016.

Nico Rosberg 9,5.Perchè dieci ,ovvero la perfezione,non si può dare a nessuno,soprattutto se sotto al sedere si ha una vera e propria astronave che domina incontrastata da due stagioni a questa parte.Al tedesco basta partire meglio del compagno di squadra Hamilton,mantenere l’interno alla prima curva e il gioco è fatto.Ora è a -2 dall’inglese che però ha più assi nella manica.

Lewis Hamilton 7,5.Parte in maniera disastrosa e scivola in sesta posizione poi rimonta molto bene,anche se perde troppo tempo dietro a Bottas.Quest’anno ha sicuramente meno margine degli altri anni e sembra anche più superficiale ma il modo in cui ha rimontato e superato Rosberg in classifica nonostante il divario ampio che aveva a inizio stagione mi lascia pochi dubbi su chi sarà il Campione del Mondo 2016.

Vettel & Raikkonen 8.Ottengono il massimo risultato dal mezzo che hanno ora a disposizione.Entrambi alla partenza montano gomme super soft che hanno più aderenza rispetto alle soft delle Mercedes e quindi puntano tutto sullo scavalcare le due Frecce d’Argento alla partenza per poi poter giostrare loro la corsa ben sapendo che comunque le monoposto tedesche girano quattro o cinque decimi al giro più forte delle Rosse di Maranello.La tattica riesce per metà perché Hamilton è passato ma Rosberg,che scatta bene,non si prende.Entrambi si dimostrano però molto sportivi tra di loro dando segno di grande compattezza di squadra,anche se a fine gara Vettel si arrende all’evidenza e ammettendo che l,e Mercedes sono di un altro pianeta.

Ricciardo 7,5.Bella la gara del simpatico e fortissimo australiano,sempre disponibile e gentile con i tifosi,che trae il massimo non competitiva su questo genere di pista che richiede grande forza di motore.Il sorpasso su Bottas alla prima staccata è semplicemente eccezionale.

Bottas 6.5.Non male la gara del finlandese (che è l’unico in Williams a tenere a galla la baracca).Male però il sorpasso subito da Ricciardo che ha iniziato a tirarli la staccata dalla provincia di Mantova e lui ha lasciato,molto sportivamente,lo spazio.Ora si spera in un bel finale di stagione per lui e per la Williams in attesa di un 2017 migliore.

Vertstappen 5,5.Gara abbastanza anonima per l’olandese che dopo una settimana di continui rimproveri da parte di giornalisti e colleghi Max ha raddrizzato il tiro e ha condotta una gara tranquilla,lineare quasi pallida.L’unica emozione il bel sorpasso su Perez alla Variante della Roggia.

Massa.Il voto non mi interessa darlo,non voglio giudicare l’ennesima gara afasia di Felipao ma solo per ringraziarlo per come in questi anni si sia sempre comportato da signore e da uomo corretto.Senza dimenticare che è stato un pilota da 11 vittorie e con quel grande rimpianto del 2008 mai sopito.Grazie Felipe e buona Fortuna.

Songs of Love and Hate.Quando la depressione diventa arte.

Vi sono momenti nella vita di alcuni uomini in cui tutto sembra diventare più difficile,più impervio in cui non ci si sente più padroni della propria vita ma inermi di fronte ad essa.A questa stato di prostrazione pressoché assoluta si accomuna solitamente il colore del nero,che è anche il colore dell’oblio.Non è quindi un caso che nel 1971 quando pubblica il suo nuovo album Cohen scelga una copertina caratterizzata dal colore nero con in risalto la sua faccia barbuta che spreme un sorriso amaro.Il terzo album del cantautore canadese (i primi due furono “Songs of Leonard Cohen” del 1967 e “Songs from a room”del 1969) è un cammino meraviglioso e poeticissimo negli abissi e nelle tenebre dell’animo umano (frase un po’ scontata ma sempre d’effetto).Cohen è impietoso cin se stesso,non si risparmia nulla,scruta il fondo della sua anima per mettersi a nudo e cantarlo pubblicamente.Il titolo e tutto l’album sono un continuo contrastarsi tra “forze positive”rappresentate dalle canzoni d’amore triste come i magistrali capolavori “Famous Blue Raincoat” e “Joan of Arc” e “forze negative “( che sono la maggior parte) rappresentate da opere di pura autoflagellazione come “Last year’s Man”e “Dress Rehearsal Rag”.Come in ogni disco di Cohen che si rispetti è ben presente l’aspetto religioso.Torna infatti in almeno due canzoni la figura di Giovanna d’Arco (Joan of Arc).Cohen però non dà mai l’idea di perdere il controllo di questa ricerca ma mantiene sempre una certa scientificità.La strumentazione come in tutti i suoi primi album è ridotta al minimo fatta eccezione che per la massiccia presenza dia echi contribuiscono a dare un tono di gravosità che caratterizza l’album.Molte delle canzoni sono difficilmente comprensibili con immediatezza in quanto Cohen si spiega più per immagini che per concetti.Un’ultima curiosità.Tutto l’album venne registrato al Columbia Studio A di Nashville tranne la penultima traccia dell’album “Sing Another Song,Boys” che venne registrata dal vivo il 31 agosto 1970 durante il leggendario concerto all’Isola di Wight.

Tour 2016. Chi spodesta il padrone?

Il Tour è la competizione di ciclismo più attesa durante l’anno e uno degli eventi sportivi più attesi al mondo. Quest’anno il Tour ha, come nelle edizioni del 2013 e il 2015, un grande dominatore che risponde al nome di Chris Froome. Britannico (anche se nato in Kenya nel 1985) ha concentrato tutta la sua preparazione in funzione della corsa francese. Ha a disposizione una squadra eccezionale (la Sky finanziata dall’omonimo colosso televisivo anglosassone) che lavora tutta in funzione sua e del suo trionfo sempre più imminente. I pretendenti sino ad ora, ovvero dopo 16 tappe, si sono dimostrati pavidi e non all altezza delle attese. E gli avversari non sono di certo comprimari si chiamano Quintana, Aru, Valverde. Capitolo a parte meritano Nibali e Contador. Il primo dopo aver vinto il Giro d’Italia ha volutamente “staccato” e si è presentato al Tour in condizioni sommarie poiché il suo prossimo obbiettivo è la gara olimpica che si terrà a Rio. Contador invece puntava molto sul Tour ma le ripetute cadute nelle prime due tappe lo hanno costretto a ritirarsi abbandonando così amaramente il sogno di trionfare per la terza volta al Tour.   Ma analizziamo i profili dei top ten per scoprire possibilità e obbiettivi realistici per ognuno di loro partendo dalla decima e risalendo:

10.Fabio Aru a 5′ 16″. Il ventiseienne italiano vincitore della scorsa edizione della Vuelta fino a ora è stato li con i migliori più con il cuore che sicuramente non li manca che con le gambe. Il suo punto debole è la crono ed è proprio in questa situazione che ha accumulato gran parte del suo svantaggio. Ora le Alpi sono l’ultimo appello per rendere buono un Tour altrimenti abulico. Le possibilità di attaccare le ha lo spazio per farlo c’è pure. Vedremo.

9.Daniel Martin a 5′ 03″. Il trentenne irlandese e al suo primo grande giro dove punta seriamente alla classifica sacrificando così la sua propensione di attaccante e di cacciatore di tappe. Per la verità sembra che molte altre posizioni non le potrà scalare e penso che correrà in difesa per rimanere nella prestigiosa top ten del Tour con un occhio a una tappa laddove ve ne fosse la possibilità .

8.Tejay van Garderen a 4’47”. Il nativo di Tacoma è anni che cerca il podio al Tour correndo quassi tutto l’anno solo in preparazione di questo evento e lasciando andare le altre competizioni.Neanche questo sembra l’anno buono.Troppi i corridori più forti di lui e troppi i suoi limiti sulle grandi montagne.Può scalare ancora 1/2 posizioni ma,verosimilmente, ne può perdere altrettante.

7.Richie Porte a 4’27”. Il compagno di squadra di Van Garderen alla Bmc è stato sfortunato nella seconda tappa dove ha perso quasi due minuti a causa di una foratura altrimenti sarebbe stat0 ai bordi del odio virtuale.È sembrato uno dei pochi capaci di tenere il ritmo di Froome in salita.Obbiettivo podio realistico.

6.Romain Bardet a  4’04”. Il ventiseienne francese sin ora si è dimostrato solido in salita e a crono ha perso ma non troppo.Il sogno per lui sarebbe il podio  anche se bisogna vedere come resisterà alle Alpi. Non il più navigato ma forse quello che è più spinto nell’impresa dal tifo.

5.Alejandro Valverde a  3’17”. Lo spagnolo è un ciclista estremamente completo e può farsi valere sia in classiche monumento che piazzarsi bene nei grandi giri.È espertissimo e ha classe da vendere. Non mi sorprenderei di rivederlo sul podio come l’anno passato.Il trentaseienne spagnolo ha corso fin qui in difesa ma non sembra aver sprecato molte energie,e,se non sarà troppo danneggiato dal compito di spalla del compagno Quintana può puntare in alto.

4.Nairo Quintana a 2’59”. Il vincitore del Giro d’Italia 2014 ha fin qui ampiamente deluso.L’eccesivo tatticismo che lo caratterizza che sembra quasi sfociare nel timore reverenziale e nella paura di fallire lo rende fastidioso ad alcuni.Ed è un peccato perché potenzialmente ha i numeri del fuoriclasse.Parafrasando  Samuel Beckett si potrebbe dire che  per fallire bisogna provarci.Vedremo se il colombiano ci proverà anche a costo di fallire.

3.Adam Yates a 2’45”. La vera sorpresa di questo Tour indipendentemente di come andrà a finire. A ventitré anni al Tour per la prima volta con i gradi di capitano e già essere capace di mantenere questo livello non è da tutti.Ha ancora margine di miglioramento ma intanto si gioca un podio nella corsa a tappe più importante del mondo.Così.Con nonchalance.

2.Bauke Mollema a 1’47”. E chi se lo aspettava alla soglia dei trent’anni che questo ragazzo olandese potesse essere dopo due settimane di Tour il secondo della generale? Io sicuramente no! Eppure sino a ora è sembrato prontissimo in ogni situazione. Sino a ora (fatta eccezione per un quarto posto alla Vueta nel 2011 e un sesto al Tour del 2013) non si era mai mostrato a questi livelli.Nutro i miei dubbi sulla sua tenuta sia fisica ma soprattutto mentale nella terza,e più dura settimana, mas sarei felicissimo di essere smentito.

1.Christopher Froome. Leader sin ora incontrastato di questo Tour.Ha attaccato su ogni terreno.Salita,discesa, cronometro e il risultato è sempre stato lo stesso ovvero quello di essere il più forte.Se poi aggiungiamo a questo il fatto che ha a tutelarlo una squadra formidabile appare in una botte di ferro.L’unico modo per scalfire le sue certezze matematiche è attaccarlo da lontano e non vicino al traguardo,ma per fare ciò come dicevamo prima nel caso di Quintana ci vuole il coraggio di fallire.E non so in quanti sono disposti a farlo

La mia previsione:

  1. FROOME
  2. QUINTANA
  3. PORTE

 

Tommy Open

la nostra vita cambia spesso percorso, a volte anche per un incontro sbagliato.

Tommy Open
Critico letterario poco impegnato

I tempi cambiano, tutto è in continuo movimento, così Andrius ha chiesto la collaborazione di un grande dei nostri tempi, il leggendario Tommy Open.

Si lo sappiamo, è sempre stato difficile tenerlo a bada, farlo rimanere allineato e calmo, però non si poteva limitare questo sito al solo mondo musicale. Ora chissà come andrà a finire, lui forse manco si degnerà di raccontarvi qualcosa, forse manco ci cagherà.

Pazienza, in noi è viva la speranza. Viva Tommy Open.


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