Category: Et circa Norzi

Petrus Ludovicus Norziglia, in arteNorzi“.
Geometrie razionaliste inquadrano il cielo estivo ed un silenzio di piccoli passi ti porta ai confini del giorno per dimenticare il presente ed attendere il domani che staarrivando dove tu non lo aspettavi.

Capitulum 3 – Sentieri

Sentieri

I fratelli Buschiazzo erano di poche parole, ancor più nelle prime ore del giorno. Nella cascina, solo oscurità e cigolii, gorgoglii di acqua e rantoli di sedie spostate in modo sbrigativo. Rinaldo, il più vecchio dei due, si svegliava rincorso dall’ansia di arrivare tardi in reparto. Accendere la stufa, riscaldare il latte che durante la notte si era gelato, svegliare il fratello Andrea, erano il rituale che gli toccava ogni mattina. Alle galline e ai conigli avrebbero pensato più tardi i genitori, quando alle prime luci dell’alba, loro si sarebbero oramai trovati in prossimità dello stabilimento, sul lungo rettilineo che dalla stazione dei treni, ancora in costruzione, conduceva agli impianti di produzione della nitrocellulosa.
La luna li accompagnava mentre attraversando i boschi sfuggivano al gelo di gennaio e ai mugugni famigliari. Ogni giorno, una processione di uomini silenziosi scorreva lungo i ripidi sentieri, tra i castagni domestici e le sorgenti. Per secoli erano stati gli unici tesori che avevano nutrito la vita degli uomini in quei boschi. Ora, il vino e il lavoro muovevano le giornate e facevano dimenticare i 20 km a piedi necessari per arrivare in fabbrica. Tra la cascina della Cisa ed il Martinetto, incrociavano Tina e Liù, poco dopo, in prossimità dei prati della Cristina, li aspettava Giorgio, l’unico figlio dei Scarrone. Il gruppetto avanzava silenzioso; solo le bestemmie di Tina, tormentata da una sciatica giovanile, rompevano il silenzio. Quando passavano davanti all’ultimo cascinale, il Manchetto, Umberto e i suoi fratelli erano già al lavoro.
Umberto : “ era oraaa!! Pelandrugni!! Andate! Andate!! Andate pure a rovesciare del veleno nel fiume!! Venduti! Lazzaroni, farabutti!! Quando la festa sarà finita, i rovi vi avranno già mangiato le cascene!!! Allora andremo a ridere!!!

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Capitulum 2 – In Farm

Durante la notte prevalevano i venti di tramontana, il cielo si liberava dall’abbraccio umido e tiepido del marinaccio che fin dalle prime luci dell’alba risaliva dal mare. La temperatura calava rapidamente e Giuseppe, detto il Din, assieme a suo fratello Alfredo, che gli amici chiamavano Tarosc per i suoi modi grezzi e a volte brutali, ricoveravano le bestie nella cascina Della Marcella. I capi rimasti erano pochi dopo che il marchese ne aveva venduti più della metà per pagare il debito contratto a giugno con i Piantelli.

Industrial HominesIl vizio sanremese e la mania per i tulipani lo stavano rovinando. La sua immensa ricchezza, come un liquido reso sempre più fluido, scorreva veloce verso altre tasche. Non conosceva l’attaccamento al denaro, ma ora, sentendolo andare via, si sentiva come messo in discussione da un’inquietudine che trovava riparo solo nel vino e nel rito della cioccolata delle cinque con la duchessina di Vicoforte. I suoi vizi gli erano diventati ora irrinunciabili per potersi mantenere distante dai problemi, in un limbo di parziale coscienza della realtà.

In gioventù non aveva mai frequentato il clero e suoi officianti, ma da qualche mese, nelle giornate di poca vena, si incontrava con don Carlo per parlare. Non discutevano direttamente delle sfortune che a ritmo quotidiano gli piombavano in casa, ma don Carlo, raccontando delle grane dei vicini, delle morti improvvise che calavano sulla testa degli uomini, trovava il modo per consolarlo.

Di notte, le paure e le ossessive visioni di ingiunzioni di pagamento accatastate in modo disordinato sul sedile posteriore della sua fiammante FIAT Topolino, lo venivano a trovare e lo lasciavano prostrato in un lago di sudore, con la bocca prosciugata ed una sensazione di spossatezza. I suoi sensi resi più sensibili dall’angoscia, nel silenzio della notte, gli portavano alla percezione ogni minimo ed insignificante rumore e alimentavano una fantasia malata. Il cigolio di una persiana gli riportava alla mente l’imminente e necessaria manutenzione degli infissi. Il rumore di un piccolo animale che camminavasul tetto, gli ricordava l’infestazione di roditori che stavano compromettendo la conservazione del grano raccolto.

Al risveglio, da un paio di mesi, preferiva consumare la colazione in camera per non incontrare lo sguardo severo dei domestici. Senza liquidità finanziaria, il rito mensile della consegna dei salari nella grande sala al piano terra di fianco alle stalle, era saltato.

I visi resi rubizzi dall’alcool, le robuste pacche sulle spalle e le strette di mano avevanolasciato il posto ad un pallore emaciato e ad un silenzio che nascondeva rancorosi rimuginii appena si voltavano le spalle.Anche Maria, la responsabile delle cucine, rivolgendosi al Marchese, aveva abbandonato il suo caratteristico tono materno, dopo che una notte, finendo di preparare i ravioli per il pranzo di San Pietro, lo aveva visto salire verso le camere accompagnato da una figura femminile. La dama mascherava con abiti vellutati da gran signora una sicura trivialità d’animo annunciata da alcune sguaiate risate sfogate senza alcun ritegno nonostante l’ora tarda.

Non era abituata a ricevere ospiti dopo la cena e neppure nel cuore della notte. Rimase Industrial Hominesferma sulla soglia della cucina, avvolta dall’odore famigliare dei porri e delle verzebollite, osservando il riflesso sul murodella brace che ancora vivace scoppiettava nella grande stufa. Alla fine di una lunga giornata di lavoro,nella semi oscurità gli capitava di guardarsi le mani annerite dalla lavorazione delle verdure,  le unghie ingiallite e spezzate, la pelle ispessita dai calli. Alimentato dalla fatica, cresceva in lei l’odio ed il rancore per quella vita di sacrifici e fatica, che lei, orfana a 12 anni, non aveva scelto, e che ora, non riceveva neanche più il sollievo del denaro e della sicurezza economica.

Per calmarsi tastava con vigore il fianco, appena sotto la vita, dove teneva arrotolati e ben nascosti in una tasca cucita a mano, i pochi risparmi accumulati. Una volta raggiunto il traguardo della vecchiaia, le sarebbero serviti per pagarsi gli ultimi anni di serenità nel convento di Montezemolo dove l’aspettava Cesira, sua sorella minore.

Si portavano dietro l’eredità della longevità, la nonna materna era vissuta fino a novantanove anni e ancora ricordava con ansia i suoi ultimi mesi di travaglio, quando la vita non voleva lasciarla andare nonostante nel suo corpo non ci fosse più nulla che funzionasse.

Le preghiere del mattino e della sera la aiutavano a vivere, anche se la sua non si poteva chiamare fede. La religione era forse una scaramanzia che la faceva sentire meno sola e vulnerabile.

Ciò nonostante, dalla primavera, un tic nervoso si era impossessato della sua mascella, che ora teneva spesso contratta e digrignante come quella di un cane rabbioso.

La dispensa era ancora ben fornita, ma i cavoli più teneri, i pomodori più dolci, le patate più farinose sparivano e a lei toccava fare i salti mortali per rendere i piatti saporiti e non doversi sorbire le smorfie del Marchese, che come era suo stile, non parlava ma sbuffava, storceva la bocca in smorfie che facevano più male delle parole.

La campagna continuava a produrre, anche se tutto il ben di Dio che veniva dai terreni di Ferrania, una volta arrivato al mercato di Savona, si svalutava e non ripagava le ore di lavoro, le levatacce all’alba, la manutenzione dei macchinari agricoli a vapore.

Un piccolo esercito di manovali agricoli lottava ogni giorno per estirpare le erbacce infestanti, per difendere i raccolti dai ratti, dai cinghiali e dai ladri che crescevano ogni giorno di più. La produzione doveva subire anche la mania famigliare per i regali, con la quale il marchese provava a mascherare la sua progressiva rovina.

Tutta la nobiltà del circondario, amici, compagni di ribotta e non ultimi i preti, finivano per mettere le mani sulla sua produzione agricola e a volte sui suoi beni; zappe, vanghe, coltelli, secchi, accette, non si faceva in tempo a comprarli che già erano finiti nella cantina di qualche vicino o conoscente.

 

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Capitulum 1 – slide

Il muro rifletteva l’ombra della pallina creando uno sfasamento nella percezione del mio movimento

Un oggetto inseguito da un suo doppio monodimensionale, senza identità fisica, capace di riprodurne perfettamente la traiettoria, una farfalla immateriale. L’attenzione si spostava ora sul feltro sbiadito ed usurato della palla da tennis, ora sul suo doppio e sulla sua ombra di giocatore. Spiavo la proiezione dei movimenti per coglierne il grado di perfezione stilistica, come davanti ad uno specchio animato da ombre cinesi. Appena finita la scuola, mi appartavo dietro la recinzione del campo in terra incastonato tra le linee di impacchettamento e bobinatura dei rullini fotografici, per osservare, da un buco del telo verde frangivento, le lezioni impartite ai soci-lavoratori più altolocati, dal maestro nazionale. Un uomo dalla fisicità imponente, da poco inserito nel quadro delle maestranze impiegatizie che certificava il suo status con completi Fila e Tacchini, gli stessi indossati dagli dei Borg e Mcenroe durante i loro storici incontri nell’Olimpo di Wimbledon. Il possesso di quest’arte sportiva gli aveva permesso di salire rapidamente la scala gerarchica in azienda, e da semplice operaio di primo livello era approdato , nel giro di un’estate, nella élite degli uffici. Lo sport era arrivato nel paese introdotto direttamente dagli uomini della direzione dello stabilimento. Dentro ai reparti, oltre che a raffinati supporti fotografici, figli dei progressi continui della chimica fine, orchestrati da uomini vestiti con sacerdotali camici bianchi, si stava producendo una nuova concezione del tempo, del giorno.

Industrial Homines

Il lavoro, il tempo libero, il riposo, si alternavano in un ciclo continuo che aveva spazzato via la noia della provincia contadina. Di prima mattina, quando la frescura dell’appennino, permetteva di impratichirsi nel controllo balistico dei colpi, senza il disturbo del caldo e del sole, i soci si riunivano nella club house del circolo, ricavato da un deposito di balestite in disuso al termine della seconda guerra mondiale. Uomini lavoratori che alimentavano il proprio benessere psichico con un’esclusiva complicità di classe e che certificavno il loro status eludendo per qualche ora ancora il richiamo della fabbrica, mentre il resto delle maestranze si apprestava a varcare i cancelli dello stabilimento.

Industrial HominesAlle 8 la sirena lanciava il suo grido e dal lungo viale alberato, come formiche, scesi dal treno, dai bus e dalle prime automobili, un fiume di lavoratori si dirigevano verso gli impianti di produzione.

Una umanità liquida che riempiva gli spazi e saturava l’aria di nicotina, eau de toilette e caffeina.

Industrial Homines

Ritornato al mio muro da palleggio, ricavato su un lato delle rimesse condominiali dell’edificio 31, mi dedicavo per ore alla riproduzione dei gesti bianchi rubati all’impiegato Buschiazzo di Pallare, responsabile del reparto stesa e appassionato competitore sportivo, ma da tempo in fase di precoce ritiro dall’agonismo dopo una deludente sconfitta nella finale del torneo sociale. Intorno, rumori metallici di macchinari in movimento e sbuffi improvvisi di aria compressa,

Un occhio alla palla, uno alla sua ombra, brevi fugaci sguardi feticistici all’attrezzo in legno della Maxima, una scintillante estensione del mio corpo, grazie alla sua pregiata verniciatura trasparente. Un’ impegnativa e ipnotica gestione di movimenti saccadici che mi sintonizzavano con una lontana dimensione emozionale, dominata da immagini di trionfi sportivi, strette di mano, gloriose e solenni premiazioni.

Industrial HominesAlle mie spalle la ciminiera dello stabilimento, la sommità ricoperta da pannelli rossi e neri con funzione di segnalazione per il traffico aereo, rifletteva la luce del sole estivo in un cielo completamente azzurro, liberato dai frequenti venti marini e dalle grige macajie mediterranee. Un missile pronto a levarsi verso il cielo; la Nasa, lo shuttel e le gracchianti voci della torre di controllo che si materializzavano nella mia mente tra un palleggio e una sosta necessaria per detergere il sudore.

Un pennacchio di fumo giallognolo si levava dalla sua sommità ed era poco dopo seguito da un acre odore dalle sfumature acide che mi asciugavano la gola e rendevano il mio rapporto con il muro e la palla in feltro, meno diretto e sincero.

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(gli scatti fotografici sono eseguiti dal Norzi)

re augebatur

Dodici anni, ventiquattro mesi scanditi da date e da rituali provenienti da un universo impenetrabile, oscuro, quasi mistico direi, data l’insondabilità e l’imperscrutabilità delle leggi che lo governano.

Anni in cui la propria dimensione umana e spirituale è stata in balia dell’attesa trepidante e adrenalinica di una chiamata.
“Pronto? Parlo con il prof.Norziglia??
“Si!! Salve…. ehmm…. buon giornomi dica!
“Ehmm…. la chiamo dal comprensivo di Giustenice….. ci sarebbe una cattedra di venticinque minutisu una prima
“Venticinque minuti??? Eh….non so….. mi sembrano un po pochinimi scuso ma….
“Non si preoccupi professore intanto io l’ho chiamata per sondare…. perche’ ne ho 12 prima di lei….
“12???
“Eh si…. ma mi scusi lei ha già ricevuto altre chiamate quest’anno??
“veramente no..é la prima
“beh allora sarebbe già qualcosa…. io ci penserei poi mi dicaci risentiamo..  la saluto..”
Chiamate che giungono improvvise, inaspettate.. nei momenti più particolari
“Buongiorno!! Parlo con il prof.Norziglia?? La chiamo dalla scuola di Quincineto.. sarebbe interessato ad un posto a termine fino al 22 September??
“buongiorno..arf..arf..arf..mi scusi ..arf..arf..sono in paretesul ..sul.. Cervinonon sò ..oggi non è il 20??
“si certo!
“ehm…. mi sembra un pò corto il contr….  ahhhhhhhhhhhiutooo…… puf”
Una vita appesa ad un campo di ricezione, quello del telefono, che determina orari e spostamenti”Scusatemi ma non posso venire in barca ad osservare i belugalà il telefono non prende ehehe se mi dovesse chiamare una scuola….?
Stili di reclutamento a volte umani.. a volte non totalmente umanianche innovativi però..
“pronto professore? le propongo il seguente spezzone orario! Un’ora a bormida, un’ora a Bistagno, due in località Tagliate dove avrebbe una multiclasse.. tre in uno.. e poi quattro ore a Varigotti e 11 minuti a Caso sopra Alassio.. Bene da ora lei ha 44 secondi per decidere!! Perche’ noi come comprensivo partecipiamo al progetto smart answers!!! Ottimizziamo cosi i tempi della segreteria e selezioniamo allo stesso tempo le capacità di problem solving dei docenti!! Vogliamo gente sveglia e al passo con i tempi che la modernità impone!
Un futuro appeso ad un filo…. sottilissimo a volte
“eh guardi davanti a lei c’è la professoressa Lupol’abbiamo contattata a fatica sà.. era in un rifugio in Val Venosta a quota 3880 metri!….eh.. può immaginare la comunicazione era veramente difficile …..ma siamo riusciti a sentirla.. ma ora la comunicazione è interrottaci ha mandato un sms che ci avrebbe contattato entro le 11 attraverso una complicat rete di ponti radio messi sù alla bene e meglio dai gestori del rifugioeh è una donna eccezionale….non si ferma davanti a nulla….
“Ehmsi..lo immaginoperò io dovrei saperlo entro le 10 perchè devo dare una risposta perentoria ad un altro istitutoeh..”
“Su professore non ci crei problemia presto e in bocca al lupo per la cattedra
Scelte faticose messe in discussione dopo pochi secondi
“Professore? Ci siamo sentiti prima si ricorda? Per quella cattedra completa a dieci minuti da casa sua….
“Si certo che mi ricordoma l’avevate poi assegnata alla professoressa che mi precede in graduatoriae cosi ho dovuto prendere uno spezzone di 6 ore a 96 chilometri da casaeh ..dunque??
“Dunque la prof. ha appena scoperto di essere incinta …..e la cattedra toccherebbe a lei!! Non è contento??  …Ah ..ma lei ha già accettato le 6 ore a Framura…. mi spiace..mi spiace tanto

Petrus Ludovicus Norziglia

Norzi & Dintorni

Petrus Ludovicus Norziglia, uno di noi!

Norzi

La più improbabile delle collaborazioni è certamente quella tra Andrew e il leggendarioNorzi“, al secolo Petrus Ludovicus Norziglia.

Non è semplice ottenere un pò di attenzione da quest’uomo, sempre impegnato nei suoi studi linguistici e nella ricerca della comprensione delle giovini menti, che egli stesso nutre di sapere nel corso della propria attività professionale, ma anche nell’irrinunciabile mondo dello sport, dove il Norzi eccelle nella sua qualità di istruttore e preparatore dei giovani tennisti.

Comunque sia, Andrius è riuscito ad ottenere almeno un “quod” di circostanza, uno di quei benevoli gesti umanitari che il Norzi ha finito con il concedere.Se tutto andrà nel verso giusto riusciremo dunque a leggere qui, su questo sito sconsiderato, il verbo scritto, dal ticchettio della tastiera del Norzi, per la gioia vostra e mia.

Si tratta di scritti dissacranti e surreali, ma anche di poesia, che alcune volte troverà spazio nelle parole di cui la musica sarà degna portante.

Leggi Industrial Homines, direttamente dalla penna del Norzi

 

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