Capitolo 1 – Slide

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Il muro rifletteva l’ombra della pallina creando uno sfasamento nella percezione del mio movimento.

Industrial People

Un oggetto inseguito da un suo doppio monodimensionale, senza identità fisica, capace di riprodurne  perfettamente la traiettoria, una farfalla immateriale. L’attenzione si spostava ora sul feltro sbiadito ed usurato della palla da tennis, ora sul suo doppio e sulla sua ombra di giocatore. Spiavo la proiezione dei  movimenti per coglierne il grado di perfezione stilistica, come davanti ad uno specchio animato da ombre cinesi. Appena finita la scuola, mi appartavo dietro la recinzione del campo in terra incastonato tra le linee di impacchettamento e bobinatura dei rullini fotografici, per osservare, da un buco del telo verde frangivento, le lezioni impartite ai soci-lavoratori più altolocati, dal maestro nazionale. Un uomo dalla fisicità imponente, da poco inserito nel quadro delle maestranze impiegatizie che certificava il suo status con completi Fila e Tacchini, gli stessi indossati dagli dei Borg e Mcenroe durante i loro storici incontri nell’Olimpo di Wimbledon. Il possesso di quest’arte sportiva gli aveva permesso di salire rapidamente la scala gerarchica in azienda, e da semplice operaio di primo livello era approdato , nel giro di un’estate, nella élite  degli uffici. Lo sport era arrivato nel paese introdotto direttamente dagli uomini della direzione dello stabilimento. Dentro ai reparti, oltre che a raffinati supporti fotografici, figli dei progressi continui della chimica fine, orchestrati da uomini vestiti con sacerdotali camici bianchi, si stava producendo una nuova concezione del tempo, del giorno.

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Il lavoro, il tempo libero, il riposo, si alternavano in un ciclo continuo che aveva spazzato via la noia della provincia contadina. Di prima mattina, quando la frescura dell’appennino, permetteva di  impratichirsi nel controllo balistico dei colpi, senza il disturbo del caldo e del sole, i soci si riunivano nella club house del circolo, ricavato da un deposito di balestite in disuso al termine della seconda guerra mondiale. Uomini lavoratori che alimentavano il proprio benessere psichico con un’esclusiva complicità di classe   e che certificavno il loro status eludendo per qualche ora ancora il richiamo della fabbrica, mentre il resto delle maestranze si apprestava a varcare i cancelli dello stabilimento.

Industrial PeopleAlle 8 la sirena lanciava il suo grido e dal lungo viale alberato, come formiche, scesi dal treno, dai bus e dalle prime automobili, un fiume di lavoratori si dirigevano verso gli impianti di produzione.

Una umanità liquida che riempiva gli spazi e saturava l’aria di nicotina, eau de toilette e caffeina.

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Ritornato al mio muro da palleggio, ricavato su un lato delle rimesse condominiali dell’edificio 31, mi dedicavo per ore  alla riproduzione dei gesti bianchi rubati all’impiegato Buschiazzo di Pallare, responsabile del reparto stesa e appassionato competitore sportivo, ma da tempo in fase di precoce ritiro dall’agonismo dopo una deludente sconfitta nella finale del torneo sociale. Intorno, rumori metallici di macchinari in movimento e sbuffi improvvisi di aria compressa,

Un occhio alla palla, uno alla sua ombra, brevi fugaci sguardi feticistici all’attrezzo in legno della Maxima, una scintillante estensione del mio corpo, grazie alla sua pregiata verniciatura trasparente. Un’ impegnativa e ipnotica gestione di movimenti saccadici che mi sintonizzavano con una lontana dimensione  emozionale, dominata da immagini  di trionfi sportivi, strette di mano, gloriose e solenni premiazioni.

Industrial PeopleAlle mie spalle la ciminiera dello stabilimento, la sommità ricoperta da pannelli rossi e neri con funzione di segnalazione per il traffico aereo, rifletteva la luce del sole estivo in un cielo completamente azzurro, liberato dai frequenti venti marini e dalle grige macajie mediterranee. Un missile pronto a levarsi verso il cielo; la Nasa, lo shuttel e le gracchianti voci della torre di controllo che si materializzavano nella mia mente tra un palleggio e una sosta necessaria per detergere il sudore.

Un pennacchio di fumo giallognolo si levava dalla sua sommità ed era poco dopo seguito da un acre odore dalle sfumature acide che mi asciugavano la gola e rendevano il mio rapporto con il muro e la palla in feltro, meno diretto e sincero.

(gli scatti fotografici sono eseguiti dal Norzi)

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Geometrie razionaliste inquadrano il cielo estivo ed un silenzio di piccoli passi ti porta ai confini del giorno per dimenticare il presente ed attendere il domani che sta' arrivando dove tu non lo aspettavi.

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