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Capitolo 2 – L’Azienda Agricola

Durante la notte prevalevano i venti di  tramontana, il cielo si liberava dall’abbraccio umido e tiepido del marinaccio che fin dalle prime luci dell’alba risaliva dal mare. La temperatura calava rapidamente e Giuseppe, detto il Din, assieme a suo fratello Alfredo, che gli amici chiamavano Tarosc per i suoi modi grezzi e a volte brutali, ricoveravano le bestie nella cascina Della Marcella. I capi rimasti erano pochi dopo che il marchese ne aveva venduti più della metà per pagare il debito contratto a giugno con i Piantelli.

Industrial PeopleIl vizio sanremese e la mania per i tulipani lo stavano rovinando. La sua immensa ricchezza, come un liquido reso sempre più fluido, scorreva veloce verso altre tasche. Non  conosceva l’attaccamento al denaro, ma ora, sentendolo andare via, si sentiva come  messo in discussione da un’inquietudine che trovava riparo solo nel vino e nel rito della cioccolata delle cinque con la duchessina di Vicoforte. I suoi vizi gli erano diventati ora irrinunciabili per potersi  mantenere distante dai problemi, in un limbo di parziale coscienza della realtà.

In gioventù non aveva mai frequentato  il clero e suoi officianti, ma da qualche mese, nelle giornate di poca vena, si incontrava con don Carlo per parlare. Non discutevano direttamente delle sfortune che a ritmo quotidiano gli piombavano in casa, ma don Carlo, raccontando delle grane dei vicini, delle morti improvvise che calavano sulla testa degli uomini, trovava il modo per consolarlo.

Di notte, le paure e le ossessive visioni di ingiunzioni di pagamento accatastate in modo disordinato sul sedile posteriore della sua fiammante FIAT Topolino, lo venivano a trovare e lo lasciavano prostrato in un lago di sudore, con la bocca prosciugata ed una sensazione di spossatezza. I suoi sensi resi più sensibili dall’angoscia, nel silenzio della notte, gli portavano alla percezione ogni minimo ed insignificante rumore e alimentavano una fantasia malata. Il cigolio di una persiana gli riportava alla mente l’imminente e necessaria manutenzione degli infissi. Il rumore di un piccolo animale che camminava sul tetto, gli ricordava l’infestazione di roditori che stavano compromettendo la conservazione del grano raccolto. 

Al risveglio, da un paio di mesi, preferiva consumare la colazione in camera per non incontrare lo sguardo severo dei domestici. Senza liquidità finanziaria, il rito mensile della consegna dei salari nella grande sala al piano terra di fianco alle stalle, era saltato.

I visi resi rubizzi dall’alcool, le robuste pacche sulle spalle e le strette di mano avevano lasciato il posto ad un pallore emaciato e ad un silenzio che nascondeva rancorosi rimuginii appena si voltavano le spalle.  Anche Maria, la responsabile delle cucine, rivolgendosi al Marchese, aveva abbandonato il suo caratteristico tono materno, dopo che una notte, finendo di preparare i ravioli per il pranzo di San Pietro, lo aveva visto salire verso le camere accompagnato da una figura femminile. La dama mascherava con abiti vellutati da gran signora una sicura trivialità d’animo annunciata da alcune sguaiate risate sfogate senza alcun ritegno nonostante l’ora tarda.

Non era abituata a ricevere ospiti dopo la cena e neppure nel cuore della notte. Rimase Industrial Peopleferma sulla soglia della cucina, avvolta dall’odore famigliare dei porri e delle verze bollite, osservando il riflesso sul muro della brace che ancora vivace scoppiettava nella grande stufa. Alla fine di una lunga giornata di lavoro,nella semi oscurità  gli capitava di guardarsi le mani annerite dalla  lavorazione delle verdure,  le unghie ingiallite e spezzate, la pelle ispessita dai calli. Alimentato dalla fatica, cresceva in lei l’odio ed il rancore per quella vita di sacrifici e fatica, che lei, orfana a 12 anni, non aveva scelto, e che ora, non riceveva neanche più il sollievo del denaro e della sicurezza economica.

Per calmarsi tastava con vigore il fianco, appena sotto la vita, dove teneva arrotolati e ben nascosti in una tasca cucita a mano, i pochi risparmi accumulati. Una volta raggiunto il traguardo della vecchiaia, le sarebbero serviti per pagarsi gli ultimi anni di serenità nel convento di Montezemolo dove l’aspettava Cesira, sua sorella minore.

Si portavano dietro l’eredità della longevità, la nonna materna era vissuta fino a novantanove anni e ancora ricordava con ansia i suoi  ultimi mesi di travaglio, quando la vita non voleva lasciarla andare nonostante nel suo corpo non ci fosse più nulla che funzionasse.

Le preghiere del mattino e della sera la aiutavano a vivere, anche se la sua non si poteva chiamare fede. La religione era forse  una scaramanzia che la faceva sentire meno sola e vulnerabile.

Ciò nonostante, dalla primavera, un  tic nervoso si era impossessato della sua mascella, che ora teneva spesso contratta e digrignante come quella di un cane rabbioso.

La dispensa era ancora ben fornita, ma i cavoli più teneri, i pomodori più dolci, le patate più farinose  sparivano e a lei toccava fare i salti mortali per rendere i piatti saporiti e non doversi sorbire le smorfie del Marchese, che come era suo stile, non parlava ma sbuffava, storceva la bocca in smorfie che facevano più male delle parole.

La campagna continuava a produrre, anche se tutto il ben di Dio che veniva dai terreni di Ferrania, una volta arrivato al mercato di Savona, si svalutava e non ripagava le ore di lavoro, le levatacce all’alba, la manutenzione dei macchinari agricoli a vapore.

Un piccolo esercito di  manovali agricoli  lottava ogni giorno per estirpare le erbacce infestanti, per difendere i raccolti dai ratti, dai cinghiali e dai ladri che crescevano ogni giorno di più. La produzione doveva subire anche la mania famigliare per i regali, con la quale il  marchese provava a mascherare la sua progressiva  rovina.

Tutta la nobiltà del circondario, amici, compagni di ribotta e non ultimi i preti, finivano per mettere le mani sulla sua produzione agricola e a volte sui suoi beni; zappe, vanghe, coltelli, secchi, accette, non si faceva in tempo a comprarli che già erano finiti nella cantina di qualche vicino o conoscente.

Capitolo 1 – Slide

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Il muro rifletteva l’ombra della pallina creando uno sfasamento nella percezione del mio movimento.

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Un oggetto inseguito da un suo doppio monodimensionale, senza identità fisica, capace di riprodurne  perfettamente la traiettoria, una farfalla immateriale. L’attenzione si spostava ora sul feltro sbiadito ed usurato della palla da tennis, ora sul suo doppio e sulla sua ombra di giocatore. Spiavo la proiezione dei  movimenti per coglierne il grado di perfezione stilistica, come davanti ad uno specchio animato da ombre cinesi. Appena finita la scuola, mi appartavo dietro la recinzione del campo in terra incastonato tra le linee di impacchettamento e bobinatura dei rullini fotografici, per osservare, da un buco del telo verde frangivento, le lezioni impartite ai soci-lavoratori più altolocati, dal maestro nazionale. Un uomo dalla fisicità imponente, da poco inserito nel quadro delle maestranze impiegatizie che certificava il suo status con completi Fila e Tacchini, gli stessi indossati dagli dei Borg e Mcenroe durante i loro storici incontri nell’Olimpo di Wimbledon. Il possesso di quest’arte sportiva gli aveva permesso di salire rapidamente la scala gerarchica in azienda, e da semplice operaio di primo livello era approdato , nel giro di un’estate, nella élite  degli uffici. Lo sport era arrivato nel paese introdotto direttamente dagli uomini della direzione dello stabilimento. Dentro ai reparti, oltre che a raffinati supporti fotografici, figli dei progressi continui della chimica fine, orchestrati da uomini vestiti con sacerdotali camici bianchi, si stava producendo una nuova concezione del tempo, del giorno.

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Il lavoro, il tempo libero, il riposo, si alternavano in un ciclo continuo che aveva spazzato via la noia della provincia contadina. Di prima mattina, quando la frescura dell’appennino, permetteva di  impratichirsi nel controllo balistico dei colpi, senza il disturbo del caldo e del sole, i soci si riunivano nella club house del circolo, ricavato da un deposito di balestite in disuso al termine della seconda guerra mondiale. Uomini lavoratori che alimentavano il proprio benessere psichico con un’esclusiva complicità di classe   e che certificavno il loro status eludendo per qualche ora ancora il richiamo della fabbrica, mentre il resto delle maestranze si apprestava a varcare i cancelli dello stabilimento.

Industrial PeopleAlle 8 la sirena lanciava il suo grido e dal lungo viale alberato, come formiche, scesi dal treno, dai bus e dalle prime automobili, un fiume di lavoratori si dirigevano verso gli impianti di produzione.

Una umanità liquida che riempiva gli spazi e saturava l’aria di nicotina, eau de toilette e caffeina.

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Ritornato al mio muro da palleggio, ricavato su un lato delle rimesse condominiali dell’edificio 31, mi dedicavo per ore  alla riproduzione dei gesti bianchi rubati all’impiegato Buschiazzo di Pallare, responsabile del reparto stesa e appassionato competitore sportivo, ma da tempo in fase di precoce ritiro dall’agonismo dopo una deludente sconfitta nella finale del torneo sociale. Intorno, rumori metallici di macchinari in movimento e sbuffi improvvisi di aria compressa,

Un occhio alla palla, uno alla sua ombra, brevi fugaci sguardi feticistici all’attrezzo in legno della Maxima, una scintillante estensione del mio corpo, grazie alla sua pregiata verniciatura trasparente. Un’ impegnativa e ipnotica gestione di movimenti saccadici che mi sintonizzavano con una lontana dimensione  emozionale, dominata da immagini  di trionfi sportivi, strette di mano, gloriose e solenni premiazioni.

Industrial PeopleAlle mie spalle la ciminiera dello stabilimento, la sommità ricoperta da pannelli rossi e neri con funzione di segnalazione per il traffico aereo, rifletteva la luce del sole estivo in un cielo completamente azzurro, liberato dai frequenti venti marini e dalle grige macajie mediterranee. Un missile pronto a levarsi verso il cielo; la Nasa, lo shuttel e le gracchianti voci della torre di controllo che si materializzavano nella mia mente tra un palleggio e una sosta necessaria per detergere il sudore.

Un pennacchio di fumo giallognolo si levava dalla sua sommità ed era poco dopo seguito da un acre odore dalle sfumature acide che mi asciugavano la gola e rendevano il mio rapporto con il muro e la palla in feltro, meno diretto e sincero.

(gli scatti fotografici sono eseguiti dal Norzi)