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Capitolo 4 – Rosina della Grinda

Nella sua vita c’era altro, non solo la fatica e gli stenti che lei incontrava fin da quando era piccola…

Dal fondo del rettilineo si scorgeva un fumo giallognolo, una nube che si alzava per alcune decine di metri fino all’altezza delle colline circostanti, per poi appiattirsi ed espandersi verso i caseggiati in mattoni costruiti nei pressi dello stabilimento. Ai margini, i boschi di castagno, resi spelacchiati dai recenti tagli, fornivano la materia prima, il tannino, alle voraci linee di produzione. In un mare di rami spezzati e accartocciati al suolo, emergevano ceppi di castagni centenari, mentre questa nube, troppo pesante per raggiungere il cielo, ricadeva sulle teste dei lavoratori nei reparti e di chi viveva nei dintorni. Impregnava l’aria di un miasmo acre, un misto di piombo, ferro e polvere da sparo, che nei reparti si mischiava al fumo delle sigarette ed ai vapori gelidi del Bormida, penetrava nei tessuti delle tute da lavoro, nei pori della pelle e nei capelli.

Ferrania

Alla fine della giornata, sulla via del rientro verso le cascine, qualcuno se ne lamentava, complice la stanchezza, che apriva le porte al rimpianto e al ricordo degli inverni passati nelle stalle dell’azienda agricola. Il rimpianto era un sentimento che non durava, allontanato dal vino e dal caldo, che dalle zuppe preparate nei pressi della vicina centrale elettrica, penetrava nei corpi e nelle menti. Alla fine del turno, chi era stato abituato al sapone, poteva lavarsi, e radersi; non tutti avevano l’abitudine, ma soprattutto, non tutti ne avevano il motivo.

La fortuna di avere un amore da incontrare sulla via del ritorno, o semplicemente un’amicizia femminile, era riservata a pochi. Le donne fuggivano dal paese appena raggiunti i 14 anni per maritarsi con uomini della costa, spesso di Savona o Genova; era un modo per salvarsi dagli inverni gelidi e dal fango della campagna, dalle fatiche della terra. I mercati, specialmente quelli primaverili, erano luoghi di incontro che davano spesso l’occasione di poter fare nuove conoscenze. Rosina aspettava la fiera di primavera a Boissano, da mesi, da quando, al banco del pesce, aveva conosciuto Fausto, un ragazzo di poco più di vent’anni, scuro di carnagione, con i capelli castani, dei bei denti bianchi, alto abbastanza da poter immaginare una vita ricca e salubre. Era rimasta colpita dalle sue grosse vene che dagli avambracci salivano verso il bicipiti, per poi nascondersi sotto le maniche arricciate di una camicia bianca, forse in lino . I suoi modi, gentili, ma non spavaldi, le infondevano gioia e sicurezza, quella che non aveva mai conosciuto nella sua vita e che nessuno le aveva mai insegnato a cercare . Si vedeva che era un lavoratore, ma non un mulo da lavoro. Nella sua vita c’era altro, non solo la fatica e gli stenti che lei incontrava nei visi e negli occhi delle persone che la circondavano, fin da quando era piccola. Un misto di stanchezza e spavento che talvolta la terrorizzava e dal quale non trovava protezione; le entrava nelle ossa, nei nervi, sotto forma di un gelo che la impallidiva e la ammutoliva. Lo chiamavano timidezza, qualcuno stupidità. Rosina non parla perchè non ha nulla da dire, Rosina non ha amiche, perchè a nessuno interessa una ragazza che non parla e che appena può scappa dalle sue capre. Rosina ha un grande vuoto dentro. Uno spazio che vorrebbe dovuto contenere dell’altro, e lei, in quello spazio, sognava di entrarci, con Fausto, per fuggire dal reparto H, dalle battute pesanti che gli operai compagni di turno le rivolgevano. Queste giornate finiscono però troppo presto, specie in inverno, e rubano il tempo ai sogni, ai progetti, non ci sono energie per alimentare le fantasie, ci sono le capre da ricoverare, il nonno da portare a dormire, il bucato da lavare al fiume. Eppure, ne aveva di fortune Rosina, un corpo, forte e agile , due mani robuste ed instancabili, spesse come quelle di un uomo, che le avevano permesso di lasciare le capre nei campi della Caramellina, giusto in tempo, prima che i geloni le rovinassero i piedi.

Tramonto a Ferrania

Le liti in famiglia non mancavano, Rosina non sopportava di dover dividere spazi ed incontri con le tre sorelle; le discussioni,da quando era morto il padre, schiacciato da un faggio, diventavano interminabili. Mancava Rinaldo, i suoi modi bruschi e sbrigativi, la sua forza, il suo essere instancabile, erano rimasti schiacciati sotto quella maledetta pianta. Nulla aveva potuto il dottore, se non constatare la morte immediata per schiacciamento. Il suo corpo, vista l’impossibilità di rimuovere immediatamente il grosso fusto, era rimasto lì nel bosco, incastrato in un groviglio di rami, in fondo al riano dei Garbassi, una scarpata umida e scura, dove, di solito, si andava a cacciare i cinghiali,cogliendoli di sorpresa mentre si rotolavano nel fango delle numerose pozze.
Avevano dovuto vegliare il corpo , a turno, giorno e notte, per impedire che i maiali selvatici ne facessero scempio. Dopo una settimana, il direttore dello stabilimento della Sipe, ingaggiò una decina di uomini dalla reparto di lavorazione della balistite e li mandò alla cascina Grinda per porre fine a questa tragedia. Erano ragazzotti tra i 15 e i 20 anni, che, a parte i composti chimici che versavano giornalmente negli enormi recipienti in acciaio dei reparti , avevano visto poco d’altro. Alcuni di loro avevano lavorato, per alcuni mesi, nella miniera di lignite di Cadibona, prima che questa chiudesse per esaurimento del giacimento. Il direttore li aveva equipaggiati di seghe, picconi e sacchi di iuta in cui avvolgere il cadavere e riportarlo in cima alla scarpata. Era stata Rosina che li aveva guidati nel lavoro e si era occupata del corpo del padre. I ragazzi avevano scavato una fossa a cento metri dal cascinale, seppellito l’uomo e piantato una grossa croce sulla sua tomba. Finito il lavoro, a notte fonda, erano ridiscesi verso Ferrania, accompagnati dalla ragazza, che aveva insistito per seguirli e farsi presentare il Direttore per ringraziarlo.
Fu così che era stata assunta. Era la prima donna che entrava nello stabilimento come lavoratrice; addetta alle valvole e ai misuratori di pressione del reparto di raffinazione della balistite.